Genova: passeggiando con Nietzsche

Recentemente ho avuto il piacere di scoprire la città di Genova, una città profondamente legata alla morfologia del suo territorio, delimitato e schiacciato tra il mare e i monti che la circondano. Un limite, se vogliamo, ma che ha dato vita a quel particolare aspetto urbanistico del capoluogo ligure. Un agglomerato di case, che dal magnifico porto si inerpicano fin sui quartieri alti e verso l’entroterra.

Purtroppo, il processo di industrializzazione post-unitaria e la cementificazione selvaggia seguita al boom economico hanno duramente segnato interi quartieri storici dell’antica Repubblica Marinara. Veri e propri mostri hanno deturpato l’incantevole immagine della Superba, che si apriva agli occhi di coloro che vi giungevano per mare. Un flusso ininterrotto di letterati, scrittori, filosofi e artisti che fra il XVII e l’inizio del XX secolo hanno soggiornato nella città della Lanterna, traendone spesso ispirazione per le proprie opere o partecipando ai numerosi circoli culturali presenti.

La Genova dei nostri giorni non entra subito nel cuore dell’odierno viaggiatore. Il suo volto sfregiato dalla orrenda sopraelevata è il primo forte morso allo stomaco che scuote l’appassionato turista. Dopo il primo impatto con l’ostica cartellonistica per i luoghi d’interesse, capisci che l’unica soluzione, ora come cento-duecento anni fa, è lasciarsi andare per i caruggi e le crêuze cantate da De André, farsi trasportare dalle meraviglie architettoniche del centro storico, aspettando la magia della sera e i colori del porto antico e di Piazza De Ferrari, immaginando di essere accompagnati dalla splendida melodia di un pianoforte.

Queste sensazioni, questo groviglio indefinito di emozioni che, in poche ore, hanno violentemente assalito il sottoscritto, hanno riportato alla memoria il viscerale rapporto che si creò tra Genova e Friedrich Nietzsche. Una relazione intima, che rimase impressa nella mia memoria di studente universitario e, dopo anni, è tornata a dar credito della forza introspettiva della città ligure.

Nietzsche era sempre consapevole di una nuova fase del suo sviluppo interiore. Giunse per la prima volta a Genova nel 1876, trovando alloggio presso piazza Acquaverde. Partito con l’idea di ottenere giovamento dal Sole del Mediterraneo e ispirazione dalla pittura barocca presente in città, capì ben presto di aver trovato terreno fertile per il rinnovamento del suo pensiero. Allievo dello storico Jacob Burckhardt, passò giornate intere a passeggiare per le strade di Genova, ammirando l’architettura dei suoi palazzi, meravigliandosi dell’espressione del gusto di vivere costituita dal senso di immortalità che trasmettevano. Nietzsche ritrovò qui quell’energia vitale di cui la sua anima aveva disperato bisogno, in bilico come sempre tra l’istinto di morte e l’assoluta necessità di godimento terreno.

«Quando uno va a Genova è come se si fosse riusciti ad evadere da sé stessi: la volontà si dilata, non si ha più coraggio di essere vili. Mai ho sentito l’animo traboccante di gratitudine, come durante questo mio pellegrinaggio attraverso Genova».

Trovò il suo rifugio dentro il cuore della città, quando tornò per la seconda volta a Genova, in un piccolo appartamento all’ultimo piano di uno stabile di Salita delle Battistine, a pochi passi da Villetta Di Negro, situato sul versante collinare della città ottocentesca. Uno dei pochi luoghi scampati oggi alla devastante modernità. Il filosofo ricordò sempre d’aver tratto un grande giovamento ai suoi mali e di avere avuto ispirazioni illuminanti nella riviera ligure. Complice questo meraviglioso ambiente naturale e umano, Nietzsche concepì Così parlò Zarathustra. E non è difficile intravedere nel senso di eternità e di molteplicità che emana la struttura urbanistica e architettonica genovese e nell’indole bizzarra, scorbutica e talvolta antipatica della sua gente, molteplici similitudini col suo dionisiaco Zarathustra.

Lo stato d’animo del filosofo, durante la lavorazione di Così parlò Zarathustra, traspare da alcune sue lettere, nelle quali lui dichiara apertamente che ogni suo sforzo era teso a realizzare un’ideale solitudine di mansarda, che soddisfacesse tutte le sue esigenze necessarie ed elementari, insegnate da molteplici sofferenze.

Nietzsche stava fuggendo dal suo passato, dalla sua giovinezza e dai mali d’amore che lo affannavano. Tentò di guarire dalla malattia che lo stava assillando rifugiandosi in Italia, pensando che la cura per guarire dai suoi mali fosse nel clima della nostra penisola e trovò proprio in Genova la città che faceva a caso suo. Scelse Genova perché città di mare e soprattutto di porto, ricca di luoghi per riflettere, di vicoli e piazze da visitare, da vivere. Quindi decise di costruire una sorta di muro tra passato e presente, per crearsi una nuova vita fatta di riflessione.

Per il filosofo errante, Genova ebbe, quindi, un ruolo fondamentale. La città incarnava l’idea stessa di erranza, sentita da Nietzsche come una salvezza.

L’immagine di Genova entrò a far parte dell’immaginario di un’altra importante opera, La gaia scienza.

Amava passeggiare per ore, dalla città cinque-seicentesca alla circonvallazione a Monte, attraverso i viali alberati e dall’alto dei forti che osservano la città, fino alla riviera di Levante. Ogni giorno si spingeva sempre un po’ più lontano.

L’ultima volta che si recò a Genova, percorrendo le stesse strade, Nietzsche, commosso, si sentì pervadere di profonda gratitudine verso la città ligure. Una città che l’aveva accolto nei suoi anni di decadenza. Una città dal nobile passato, dura e severa, ma che ha il potere di far uscire da sé stessi.

Ora come allora, passeggiando tra l’antico e il moderno, tra angoli ricchi di storia e strutture futuristiche, l’energia vitale di Genova attraversa e pervade colui che si apre a questa forza rigeneratrice. Sarebbe, quindi, una grave offesa alla Superba indicare o elencare singoli luoghi da visitare.

Arrivate a Genova, per terra o per mare. Chiudete gli occhi, fate un giro su voi stessi, riaprite gli occhi e camminate senza meta per le strade di questa magnifica città, come più di cento anni fa Nietzsche amava fare. A indicarvi giorno e notte la strada ci sarà sempre la Lanterna.

Pagani, 03/12/2019

Francesco Trione

Joker (2019): E di come il bruco divenne farfalla

Per una seria e attenta riflessione ad ampio spettro sul lungometraggio di Todd Phillips, ho ritenuto estremamente necessario far trascorrere non poche settimane dall’uscita nelle sale del film, prendendo tempo e modo di analizzare vari aspetti sui quali valutare una pellicola che, prima ancora di essere diventata un successo ai botteghini, aveva creato una febbrile attesa sia tra gli addetti ai lavori e gli assidui lettori di comics, sia nel vasto pubblico da cinecomic, ormai (forse) assuefatto ai film Marvel pieni di effetti speciali e morale disneyana e desideroso di vedere qualcosa di diverso uscir fuori da casa DC Comics/Warner Bros, dopo i flop cinematografici del DC Extended Universe, affannoso progetto DC Comics per rincorrere il successo della Casa delle Idee.

Difficile sarà, lungo questo percorso di analisi, separare il giudizio dell’appassionato lettore (divoratore) di fumetti e cultore di cinema dal serio e attento approccio metodologico alla materia. Ma credo fermamente che i due aspetti, se combinati con criterio, si completino.

Emozioni, sensazioni, impressioni e altri elementi soggettivi saranno tenuti possibilmente a bada, poiché uno dei grandi meriti di questo lungometraggio è l’aver suscitato passioni contrastanti e la possibilità di interpretare liberamente varie sequenze del film e il finale stesso della pellicola.

Ritenendo  questo meraviglioso film estremamente intimo, profondamente intimo, introspettivo, con un forte potere empatico, in alcun modo intendo esprimermi in merito al finale, ai suoi possibili “significati” o riguardo altre scene che, nello spettatore più interessato, hanno suscitato curiosità e alimentato la giusta attenzione rivolta alla straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix, alla regia e alla fotografia.

Ogni gran film, come ogni opera d’arte, è sia del suo creatore, ma ancor più di chi l’ammira, di chi ha la capacità e la voglia di ammirarla. E, attenzione, ammirare non è guardare distrattamente. Ma lasciarsi attraversare in pieno dal fascio di emozioni che quell’opera ci trasmette, farsi travolgere e riscoprirsi arricchiti da quell’esperienza appena vissuta.

Ecco, questo è ciò che da sempre i grandi capolavori di ogni arte creata dall’uomo hanno suscitato e suscitano nel profondo di coloro che hanno la sensibilità di coglierne i più piccoli aspetti.

Questa è, al di là di ogni altra considerazione possa essere fatta, la vera e indiscutibile forza del Joker di Todd Phillips.

Un film fortemente voluto dal suo regista. Celebre, ormai, il tira e molla con la Warner Bros. Un film in cui chi detiene i diritti sui personaggi non ha creduto, temendo forse un’ulteriore perdita dopo i già citati insuccessi del DCEU e di serie tv come Gotham. Un film che si sta rivelando un successo mondiale di incassi e di record, la cui realizzazione ha richiesto un budget relativamente basso, il cui investimento in casa WB sembrava talmente rischioso, da non aver partecipato in maniera consistente alla produzione. Salvo poi impegnarsi attivamente con un forte investimento per la promozione della pellicola, quando iniziavano ad arrivare i primi feedback positivi dopo l’uscita del teaser trailer.

Ma se i dati economici faranno certo felici produttori, WB/DC Comics e chi ha lavorato alla pellicola, noi fruitori dello spettacolo preferiamo restare nel mondo dell’immaginario. In quello spazio onirico che è tanto caro al lettore di fumetti, che tra una vignetta e l’altra, in quello spazio bianco, inserisce tutta la magia della sua fantasia.

In quel piccolo, piccolissimo spazio, forse ultimo brandello di libertà nel mondo di oggi, il lettore di fumetti, si rintana e non vuole uscirne. Perché quella dopo potrebbe essere l’ultima vignetta. L’ultimo passo prima del brusco ritorno alla triste realtà. Ecco, questa è la sensazione che si prova verso la fine di questa pellicola. Ed è qualcosa di magnifico se pensiamo possa essere stata trasmessa da un film.

La regia ha dato tantissimo alla potenza visiva ed emotiva del lungometraggio, con i giusti tempi, stacchi perfetti, inquadrature tese a creare un perfetto collegamento empatico con il protagonista. Tanti e numerosi i richiami ad altre opere, non tutte conosciute dal grande pubblico. Sicuramente lo “zampino” di Martin Scorsese è molto presente. Fortissimo il legame con “Re per una notte”, con Robert De Niro questa volta nei panni del comico di successo. Ma anche “Taxi driver” e “Toro scatenato” hanno sicuramente avuto notevole influenza per la sceneggiatura e per la costruzione del personaggio di Arthur Fleck.

Ma addentrandoci nel profondo della trama del film e del percorso attraversato dal protagonista, appare spesso di cogliere forti nessi con la trilogia di Christopher Nolan e al rapporto Batman-Joker presente nel secondo capitolo. In special modo, le parole “profetiche” che Heath Ledger/Joker rivolge a Batman durante l’interrogatorio, che sono la base della relazione tra il Cavaliere Oscuro, Joker e il resto della società.
J – «Che faccio senza di te? Torno a fregare i trafficanti mafiosi? No, no…tu completi me!»
B – «Tu sei spazzatura, uccidi per soldi!»
J – «Non parlare come uno di loro. Non lo sei! Anche se ti piacerebbe! Per loro sei solo un mostro, come me. Ora gli servi, ma tra un po’ ti cacceranno via, come un lebbroso! La loro moralità, i loro principi, sono uno stupido scherzo! Li mollano appena cominciano i problemi. Sono bravi solo quanto il mondo permette loro di esserlo! Te lo dimostro. Quando le cose vanno male, queste persone…civili e perbene…si sbranano tra di loro. Vedi? Io non sono un mostro! Sono in anticipo sul percorso!»

Durante gran parte del film “Joker” (2019) queste parole mi son spesso tornate in mente, come collante tra le due opere, come proiezione del rapporto prima/dopo tra Bruce Wayne e il suo villain, ma soprattutto come spiegazione del forte e carismatico ascendente che il Joker di Phillips rivestirà nella tumultuosa società della Gotham del 1981, che tanto riflette le instabilità socio-politiche dei giorni nostri.

Un Joker VITTIMA della follia. Ma, badate bene. Vittima della follia della famiglia, vittima della follia della società, vittima della follia del lavoro, della folle crudeltà dei colleghi, del folle sistema socio-assistenziale, del folle sistema americano in cui i primi vincono e gli emarginati scompaiono, un sistema capitalista impersonato da un Thomas Wayne padre-padrone, politicamente sulla linea dei falchi repubblicani. Chi non si allinea al sistema produttivo e socialmente accettato è un clown, un ridicolo pagliaccio.

Una società fondata sull’ipocrisia, sull’apparenza, sull’assoluta obbedienza a regole di etichetta, sulla mercificazione della sofferenza.

E qui si inserisce il collegamento col capolavoro di Alan Moore, “The Killing Joke”:  «Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me. Una giornata storta.»

Ecco, personalmente credo che questo sia stato solo uno dei punti di partenza per la caratterizzazione del personaggio ad opera di Phillips e di Phoenix. Infatti, per il districarsi della trama e del percorso ESTERIORE di Arthur Fleck, credo che ci sia stato, appunto, uno studio molto più teso a dare un impronta sociologica e politica. D’altronde credo sia quasi palese tutto ciò, osservando il film.

La società non soddisfa più le esigenze collettive di qualità e coscienza critica, punta esclusivamente all’incremento del capitale investito. In un ambiente sociale ricco di pulsioni e tensioni, Joker diventa un’icona e un nuovo profeta.

L’alienazione ingloba l’individuo, senza che egli ne abbia l’esatta percezione. Ma il dominio del sistema è subdolo, molto pericoloso perché annienta la coscienza individuale, conducendo lentamente all’adesione tacita e acritica ai valori imposti.

Il meccanismo economico della società industriale, così, avanza, fondato sulla logica della dominazione.

Joaquin Phoenix/Joker riesce a farci guardare dove media e istituzioni non vogliono che guardiamo. Il male che subiamo ogni giorno, le ingiustizie, i soprusi, le falsità. Un “anti-eroe” che si maschera per smascherare l’ipocrita e apparente purezza dei buoni. E, qui, in una delle scene più belle, toccanti, commoventi e suggestive del film, Arthur Fleck si libera, libera se stesso da tutto ciò, dal male che lo circonda, quel mondo folle e malato. Qui realizza che lui, alienato, deriso, umiliato, vessato…lui esiste, esiste ed è libero. Per la prima volta la società non lo ha calpestato. Per la prima volta non salirà mestamente la lunga scalinata che lo riporta a casa. La scena della danza nel bagno pubblico è di una potenza emotiva enorme. Interamente improvvisata da Phoenix, sulle note di una musica che sembra scaturire proprio dalla mente di Arthur. Senza parole, solo tanta ammirazione per attore, regista, direttore della fotografia e per la compositrice islandese Hildur Guðnadóttir.

Riguardo la straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix ci sarebbero centinaia di cose su cui argomentare, dalla prova fisica alla cercata e voluta libertà di poter agire sul set, che ha dato vita a segmenti di un livello estremamente superiore a prove recitative registrate nell’ultimo decennio, almeno.

Grazie anche a una perfetta sintonia e sincronia col regista, in varie scene possiamo assistere a palesi richiami al teatro greco, soprattutto in forma di mimica. Un elemento non da poco, che la maggior parte di critica e recensioni hanno ignorato.

Phoenix che, attraverso un forte lavoro di studio del personaggio all’interno della trama costruita da Todd Phillips, ci restituisce un “anti-eroe” paradossalmente eroe delle masse, degli ultimi, degli emarginati. Un Joker molto distante dallo stereotipo presente nell’immaginario collettivo, eppure intimamente molto vicino al Joker che ritroviamo in molti graphic novel e archi narrativi DC Comics.

Molti aspettavano al varco l’interpretazione di Phoenix e del “suo” Joker, pronti a fare paragoni (come poi effettivamente sono stati fatti) con i Joker di Nicholson e Ledger. Non me ne vogliate, ma costoro sono gli unici che hanno seriamente dato un’impronta cinematograficamente e artisticamente importante al personaggio. Quindi altri Joker non verranno citati, con tutto il rispetto e il ricordo affettivo per Cesar Romero. Ebbene, personalmente sono fermamente convinto che Nicholson, Ledger e Phoenix abbiamo magistralmente dato vita al Joker richiesto dalle rispettive pellicole. La grottesca follia di Nicholson perfettamente si inserisce nelle ambientazioni e nello stile di Tim Burton, creando una figura cinica, raffinata ed eccentrica come antagonista di un elegante Keaton/Bruce Wayne. Soprattutto dona al personaggio quella dose di sadismo che sarà il crocevia per la creazione del Joker nell’immaginario collettivo dagli anni 90 in poi. Ledger ha avuto il grosso, grossissimo merito, di riuscire a dar vita a un nuovo Joker, in linea con la Gotham di Nolan e dando al personaggio una forte connotazione di nemesi totale e assoluta di Batman: «ecco cosa succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile.»

La follia di Ledger/Joker è brutalmente calcolata, una lucida follia che, intenzionalmente o meno, muove delle pedine sulla scacchiera, in attesa della contromossa di Batman, in un eterno gioco. Bellissimo richiamo al rapporto tra i due personaggi all’interno dei comics.

Poi un bel giorno tutti noi vediamo il teaser trailer di “Joker”, un film interamente dedicato al villain per eccellenza dei fumetti. Poche immagini, ma restiamo affascinati, incuriositi, catturati. Grande è l’attesa, forte la voglia di fare dei paragoni, soprattutto è per molti la speranza di rivedere al cinema finalmente una degna e magistrale trasposizione di un personaggio dei fumetti, dopo il gran circo videoludico del Marvel Cinematic Universe e il corrispettivo raffazzonato della WB/DC Comics, dove son stati snaturati personaggi, trame, background e ambientazioni, per non parlare di film e serie tv sfornate al solo scopo di sfruttare l’onda lunga commerciale del successo del MCU. Creando, è scontato dirlo, abomini veri e propri.

Ebbene, la lunga attesa ha ripagato un pubblico affamato di una grande interpretazione. E sono fermamente convinto che lo straordinario e inaspettato successo di incassi sia il risultato proprio di questo ritorno in termini di aspettative realizzate. Una pellicola che, ad oggi, viaggia spedita verso i 900 milioni di dollari di incasso globale, nonostante le restrizioni d’età nei vari paesi del mondo. Numeri impressionanti, se paragonati al budget speso e ai corrispettivi cinecomics Marvel, che hanno richiesto cifre astronomiche tra cast ed effetti speciali.

Gli unici effetti speciali di “Joker” sono la viscerale, intima, introspettiva, profonda interpretazione di Joaquin Phoenix, la regia ricercata e magnetica di Todd Phillips e, infine, la colonna sonora arricchita di brani stupendi del passato. E, si può affermare senza smentita, queste tre perle arricchiscono un lavoro corale eccezionale. Fotografia, scenografia, costumi. Niente è stato lasciato al caso. Un film che meritatamente ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, guarda caso, ha visto la premiazione della compositrice islandese nella categoria Soundtrack Stars.

Phoenix ha donato tanto a questo personaggio e per questo personaggio. Credo sia palese la dura trasformazione fisica sostenuta dall’attore, oltre all’approfondito studio sui vari e districati livelli introspettivi della vita quotidiana di Arthur Fleck. Qui è la vera forza dell’attore. Qui Phoenix ha operato dove nemmeno Nicholson e Ledger hanno avuto occasione di imprimere la medesima impronta artistica sulle loro rispettive pellicole.

Fissiamo come punto di partenza della nostra analisi ciò che arriva direttamente allo spettatore medio, in particolar modo la “risata” di Arthur, che Phoenix ha basato su un disturbo emotivo di origine neurologica, la sindrome pseudobulbare. Durante l’arco narrativo, impariamo tristemente che la risata di Arthur è una forma di autodifesa. Forse, si intuisce, maturata quando da piccolo subiva violenze e, inoltre, forzatamente creata dal condizionamento psicologico della madre. Ogni risata è un colpo al cuore. In quel momento, chi REALMENTE sta osservando il film è in collegamento empatico col protagonista. Soffre con lui.

Purtroppo, mi preme dirlo, nelle sale cinematografiche spesso le crisi di Arthur sono accompagnate dalle risate stupide e infantili degli spettatori. Per carità, ognuno paga il biglietto e vede in un film quello che vuole. Ma, secondo il mio modesto punto di vista, anche questo è sintomo e risultato dell’appiattimento e imbarbarimento culturale dei giorni nostri. Un pubblico sempre più culturalmente ignorante, totalmente estraneo a conoscenze basilari di cinematografia, per non parlare, in generale, dei più elementari livelli di istruzione e formazione. Frutto, questo, di decenni di tv spazzatura, reality, film sempliciotti da far rimpiangere i cinepanettoni anni 90. Ma, soprattutto, colpa della involuzione del sistema scolastico italiano e, senza possibilità di smentita, del “sistema famiglia” ormai totalmente incapace di trasmettere valori alle nuove generazioni. Alla società, alla politica, al mondo consumistico servono involucri vuoti al quale propinare tutto. Senza reagire, senza chiedersi il perché delle cose. Generazioni di aventi diritto al voto che eleggono persone totalmente ignoranti, senza titoli di studio o qualificate esperienze accademiche e professionali. Questo vale per tutte le nazioni, in Italia come all’estero, con le dovute eccezioni. Uno dei principali fattori di debolezza è l’incapacità del sistema educativo di accompagnare i processi di sviluppo attraverso la corretta formazione e valorizzazione di un capitale umano qualificato, contribuendo così a contrastare il disagio sociale della popolazione.

Dopo questa breve, ma dovuta, digressione, in realtà in qualche modo legata alla trama del film, cerco di alzare l’asticella del livello della nostra analisi, portando il nostro discorso riflessivo sul film di Todd Phillips ad un piano superiore, filosofico-politologico.

La società che ci mostra il regista, in una Gotham City del 1981, è una società impersonale, affollata da una massa di individui senza personalità, con una propensione a un egualitarismo verso il basso, creato dalla frammentazione dei processi comunicativi. Un processo di istituzionalizzazione di un agire economico e amministrativo orientato da una razionalità finalistica, che progressivamente e irrimediabilmente ha dissolto forme di vita tradizionali, sviluppando nuovi modelli sociali che determinano, se vogliamo, una involuzione della società post-moderna. Citando la “Fenomenologia dello spirito” di Hegel «La fatuità e la noia che invadono ciò che ancora sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia.»

In questa transizione possiamo cogliere come si consumano, nella coscienza del protagonista, i vari momenti del suo presente: la crisi, la rivoluzione, il progresso, l’emancipazione, lo sviluppo. L’estraneazione dalla totalità del contesto di vita etico che scorgiamo nei cittadini di Gotham è la separazione e l’emancipazione delle sfere dell’individuo, come cittadino, come uomo, come borghese. Una realtà più produttiva e razionale ne sostituisce una culturalmente, materialmente e intellettualmente obsolescente. In questo, però, l’arte rappresentata è uno spazio di mediazione, dove l’arcaico si incontra col moderno.

Ma, secondo suggestioni dell’esperienza estetica di Nietzsche, è possibile comprendere come la “redenzione” del protagonista possa provenire unicamente dall’eliminazione di tutte le mediazioni, liberata da tutte le limitazioni della cognizione e dell’attività finalistica, da tutti gli imperativi etici della morale condivisa. E, ad ogni modo, vi è una precisa intenzionalità, a mio parere, sulla presentazione di quel mondo come tessuto interpretativo.

E’ palese la denuncia della progressiva atrofia della dimensione critica della ragione moderna. Questa genera un’antitesi, una controforza, che si oppone al vincolo autoritativo e al predominio collettivo, incombendo sulla realtà lo spettro tangibile dell’isolamento, che strumentalmente domina e tende a distruggere la natura e l’istinto. Lo scetticismo etico è trasformato dalla critica rivolta alle interpretazioni meta-etiche della moralità. Poiché, secondo Habermas «nella modernità culturale la ragione viene definitivamente privata della propria esigenza di validità e assimilata a mero potere.»

Radicalizzando gli aspetti-limite presenti nel lungometraggio, abbiamo, quindi, la denaturalizzazione e la desocializzazione del mondo umano. Configurando, inoltre, le declinazioni della razionalità moderna (post-moderna), che oscurano il contenuto della modernità culturale.

Ma dove, nel concreto, possiamo cogliere la frattura di questi aspetti nel film? Assolutamente nella svolta linguistica e nella contestualizzazione razionale che coinvolgono il protagonista. Si frantuma ogni possibilità di indicare una via di comprensione e di intellegibilità della natura stessa delle cose, passando ad una (apparente) irrazionalità procedurale. Il rapporto tra linguaggio e mondo circostante sostituisce la dialettica soggetto-oggetto. Il valore simbolico dei segni linguistici assume una sua autorevolezza, non più strumento intermedio di una semplice comunicazione. Il ruolo centrale esercitato dal soggetto e la sua coscienza trascendentale si contrappongono alla ragione astratta del contesto storico di riferimento, radicata nella prassi delle relazioni con cose e persone.

Questa svolta, soprattutto riguardo l’aspetto linguistico, offre strumenti comunicativi puri, collocati in un campo autonomo, che rende il protagonista non più alienato dalla realtà. In questo senso lui si sente finalmente vivo.

Si potrà obiettare che, in questo modo, si vogliano equiparare nel film ragione e repressione. Ma questa interpretazione negativa, implicitamente trasmessa, non nasce forse già da ciò che osserviamo con i nostri occhi quotidianamente?

E proprio la necessità e la nostalgia di punti univoci di riferimento creano quell’alone di fascino attorno al Joker di Phoenix, catalizzatore del malcontento sociale e simbolo della rivolta cittadina. Creando più che un’emulazione, una identificazione nel significato salvifico del clown. Riverbero di un mondo parallelo a quello dei Wayne.

La follia interiore, la malattia mentale di cui soffre il protagonista, sofferenza che entra nella carne, pone un diverso livello di analisi. Non potendo basarci su schemi prefissati, provo a usare le parole di Parmenide riguardo una parte della relazione interna tra pensiero astraente ed Essere: «ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti, non potresti avere cognizione di ciò che non è, poiché non è possibile, né potresti esprimerlo.» Quindi, come facilmente intuibile, una razionalità procedurale è da escludersi. Ciò apre alla visione di una realtà complessa e condizionata, che non può essere del tutto ricondotta negli schemi dei concetti tradizionali, come già affermato.

In questo contesto si inserisce quindi il corto circuito della comunicazione e dell’agire, che costituiscono l’irrinunciabile sfondo del mondo della vita. La ragione si orienta in un modo razionalmente così compreso, percepito nella sua controllata strutturazione. E ciò non garantisce alcun riferimento alle sue differenziazioni.

Riguardo la magistrale regia che ha creato il mondo reale e il mondo immaginato da Arthur Fleck, fondendoli, confondendoli, intrecciandoli, portando allo smarrimento sia il protagonista, sia lo spettatore, possiamo interrogarci su cos’è realmente il mondo che ci circonda. E’ un mondo ordinato o una percezione del soggetto conoscente?

Il nostro impulso alla conoscenza è intrinsecamente segnato dal pensarsi come dimensione assoluta. Un ampliamento dei nostri orizzonti è inteso come il confronto tra l’evidenza etica della vita e l’analisi del pensiero. Questo crea la complessità. Una complessità che, nella mente purtroppo afflitta da una patologia psichiatrica di Arthur, viene distorta.

Ma lo studio sistematico della condotta umana è esaminato alla luce di valori e di principi morali prefissati. Ora, a chi spetta saper giudicare? Ossia, chi ha gli elementi base per esprimere un giudizio morale ponderato? La risposta è sempre nella teoria funzionalista della classe dominante socialmente riconosciuta. Nei suoi status, nei suoi valori che impone al resto della società, nel suo senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una modalità acritica, che non consente problematizzazioni e prese di coscienza.

Il disorientamento del protagonista del film, scaturisce dal non essere associabile ai paradigmi tradizionali dei modelli di pensiero, che semplificano alcuni schemi di ragionamento. In questo senso potremmo dire che non gli si forniscono i mezzi per scegliere tra prospettive etiche e antropologiche, per formulare giudizi di valore.

Forse il messaggio potrebbe essere proprio questo. L’idea che la realtà sia sì socialmente costruita, ma infinitamente manipolabile. E che, quindi, verità e oggettività siano nozioni inutili. Citando Ferraris: «le necessità reali, le vite e le morti reali, che non sopportano di essere ridotte a interpretazioni, sono tornate a far valere i loro diritti.»

Sempre grazie a Ferraris e alla sua riflessione sui punti che caratterizzano la cultura post-moderna, trovo molte analogie con la caratterizzazione del Joker. Ironizzazione: evitare ogni forma di dogmatizzazione con un atteggiamento di distacco ironico; Desublimazione: la liberazione va inseguita sulla pista dei sentimenti e del corpo, quale forma di riserva rivoluzionaria; Deoggettivazione: non ci sono fatti,  ma unicamente interpretazioni. Meccanismi fondamentali dell’intreccio di questi tre punti sono la giustapposizione, la drammatizzazione e la onirizzazione. I sensi ingannano, l’induzione è certa.

Prendendo ancora in prestito le parole di Ferraris: «invece di riconoscere il reale e immaginare un altro mondo da realizzare al posto del primo, si pone il reale come favola e si assume che questa sia l’unica liberazione possibile: sicché non c’è niente da realizzare e dopotutto non c’è nemmeno niente da immaginare; si tratta, al contrario, di credere che la realtà sia come un sogno che non può far male e che appaga.»

Questo slittamento ideologico porta inevitabilmente all’erramento dell’io e all’autonomia della ragione. Una soggettività che cerca di emanciparsi da tutto ciò che la condiziona e di trovare in sé stessa la misura, fino ad arrivare all’autocompiacimento del soggetto. Si sospende, quindi, l’esercizio della razionalità umana per una comprensione autonoma della realtà, indisponibile allo schematismo razionale.

Ecco, utilizzando il principio di causa efficiente di Aristotele, quale è il motore (la causa efficiente), ciò da cui proviene la spinta iniziale della nascita di Joker.

Il suo sentirsi finalmente vivo, presente nel mondo, può essere analizzato attraverso il concetto di Hegel, secondo cui la libertà soggettiva coincide con la consapevolezza della propria necessità.

Alla luce di questi numerosi e interessanti spunti di riflessione scaturiti volontariamente o involontariamente dal film “Joker” di Todd Phillips, risulta decisamente assurda parte della critica nei confronti della pellicola. In special modo quella parte di addetti ai lavori e del mondo hollywoodiano interno all’Academy. Una stroncatura, in alcuni casi, alquanto interessata, a voler pensar male, nel tarpare le ali e tagliare le gambe a un dei migliori capolavori cinematografici degli ultimi anni. Una tattica non nuova all’ambiente hollywoodiano, decisamente incline all’autocompiacimento e nel tener fuori chi non si omologa ad alcune linee guida. Palese è l’inaccettabile ostracismo nei confronti del Maestro Clint Eastwood e delle sue bellissime ultime opere.

Critiche che si dividono nettamente, arrivando in alcuni casi a parlare di: fallimento con ambizioni troppo elevate, distanza inaccettabile dal Joker dei fumetti, nichilismo e narcisismo disturbante, senza ragione di esistere e nulla che avvii una vera conversazione, film deprimente, mancanza di un nucleo tematico, un pasticcio cinico esageratamente cupo e vuoto, irresponsabile, non ha radici in una vera caratterizzazione, performance monocorde esageratamente stancante, ripugnante, ecc…

Ho elencato giudizi a random, di membri dell’Academy, che potete tranquillamente trovare con una semplice ricerca online. Stiamo parlando di produttori, sceneggiatori ed executive.

Non mi dilungo su coloro che hanno, invece, usato parole di encomio e di apprezzamento artistico per il film di Phillips, poiché suppongo che il mio punto di vista sia chiaro a coloro che hanno seguito questa analisi sul lungometraggio interpretato da Joaquin Phoenix. Mi riservo, però, di citare il commento al film del grande regista Micheal Moore: «sono stato testimone di un capolavoro cinematografico […] la storia è così profonda, così necessaria, che se distogli lo sguardo dal genio di quest’opera d’arte, perderai il dono che ci offre.»

Sinceramente auspico che per le candidature ai prossimi Oscar verranno seriamente prese in considerazione le innegabili qualità artistiche presenti in questo film. Joaquin Phoenix, Todd Phillips e il film meritano in pieno un riconoscimento per il talento espresso in questa opera.

Dovendo sinteticamente esporre una brevissima recensione tout-court, reputo il film eccellente, un film che si spinge oltre i confini come non accadeva da Kubrick, artisticamente imponente e superiore a molti film vincitori di Oscar negli ultimi anni, commovente e intimamente emozionante, un colpo deciso contro il cinema preconfezionato e sterilizzato, performance di Phoenix di un livello indescrivibile, stupenda caratterizzazione del personaggio e inserimento nel contesto socio-politico di una Gotham City anni 80, colonna sonora eccezionale in ogni singolo brano.

Particolarmente toccanti e significative due scene, o, meglio, tre. Ma le ultime due si collegano in maniera circolare, l’una a completare l’altra. La prima, l’incontro tra Arthur e il giovanissimo Bruce Wayne, con l’iconica scena dell’allargare le labbra del futuro Uomo Pipistrello per formare un sorriso, una scena che è da sempre alla base del rapporto tra i due personaggi. Infine, le due scene che più mi hanno emozionato e commosso. Nella scena iniziale, Arthur truccandosi davanti allo specchio, forza con le dita una mimica facciale clownesca, dalla tristezza al sorriso. Un sorriso forzato, doloroso, innaturale, sofferto. Nel finale, circondato dalla folla in delirio, Arthur completa la sua trasformazione. Dal sangue, dalle ferite, dai colpi ricevuti, nasce Joker e il suo liberatorio sorriso dipinto di sangue.

Questo è, per me, il Joker. Il personaggio dei fumetti. E il suo eterno rapporto con Batman e con Gotham City. E questa è l’eredità artistica ed emotiva che ci lascia questo magnifico film.

Nell’avviarmi alla conclusione, aggiungo poche considerazioni.

Il pubblico dei cinecomics non legge i fumetti. Vi sembrerà strano, ma è così. La pseudo-polemica innescata dalle dichiarazioni di Coppola e Scorsese, che è stata travisata ad arte per generare click e visualizzazioni, è assolutamente fondata. Non c’è solo una terribile ignoranza rispetto al cinema come linguaggio e narrazione, ma c’è un’ignoranza totale dei fumetti.

Concludo ringraziando coloro che hanno letto queste mie riflessioni, coloro che mi hanno spinto a tornare a scrivere.

Ho visto il film sei volte finora. Durante la prima proiezione a cui ho assistito, due posti da parte a me una ragazza alla fine ha esclamato «bella merda, che schifo di film!»

Ecco, al di là della dedica alle persone care, a chi mi vuole bene, io dedico questo mio breve saggio a quella ragazza. Quel volgare insulto ad una rappresentazione cinematografica pregna di significati è stato il primo stimolo alla realizzazione di questo articolo.

Lecco, 27/10/2019

Francesco Trione

Edimburgo, le Highlands e quel tuffo a Loch Ness

DSCN6095E’ trascorso quasi un anno dalla spedizione oltre il Vallo di Adriano, ma l’esperienza vissuta in Scozia sarà sempre difficile da dimenticare. Destinazione Edimburgo, poi si vedrà.

Spendendo qualcosa in più, l’alloggio stavolta è poco distante dal centro cittadino. Una specie di studentato che, durante la stagione estiva, accoglie turisti in stanze abbastanza grandi comprese di cucina.

Decisamente all’avventura, senza aver preso appunti o informazioni sui luoghi da visitare (male, molto male), ci incamminiamo direzione collina del Castello di Edimburgo, seguendo il flusso di turisti che si inerpica verso la zona più caratteristica della capitale scozzese.

DSCN6063Notando un certo fermento davanti al castello e per tutto il Royal Mile, con nostra sorpresa apprendiamo di essere capitati proprio nel periodo del Fringe Festival (uno dei festival delle arti più grande del mondo, con spettacoli a ogni angolo di strada, nelle piazze e nei locali fino a tarda notte) e dell’Edimburgh Military Tattoo (storica parata militare che si svolge nella spianata interna del castello).

Dopo aver perso un altro po’ di tempo a bighellonare senza meta, decidiamo che è giunta l’ora di rivolgerci all’ufficio del turismo, vicino alla stazione Waverly. Mappa in mano, una gentile fanciulla ci mostra le tappe da non perdere, le principali zone da visitare e un paio di tour guidati per le Highlands.

DSCN6126Ecco, ora sì che possiamo iniziare. Primo obiettivo strategico, una bella veduta di tutta la città dal punto più alto, Calton Hill. Un piccolo angolo di paradiso nel cuore di Edimburgo. La collina offre una visuale a 360° fino alla costa. Inoltre sono presenti numerosi elementi architettonici, antichi e moderni, tra i quali il National Monument e il Nelson Monument.

La mia foto che campeggia sempre in alto a questo blog, da “bello e tenebroso” (ok, lasciate perdere il bello), è stata scattata proprio in cima al Nelson Monument.

Dopo un altro giro per i negozi e le taverne del centro e per la caratteristica città vecchia, perdendoci un paio di volte, riusciamo a tornare alla base.

La notte porta consiglio…e idee per i programmi dei successivi giorni. La tabella di marcia prevede: una giornata a Glasgow, un giorno interamente dedicato al Castello di Edimburgo e al Festival e, infine, OBBLIGATORIAMENTE, un tour guidato nelle Highlands e a Loch Ness.

Treno Edimburgo – Glasgow, che pacchia. Il viaggio non dura molto e il biglietto non è affatto caro. Arrivati, ci perdiamo…

DSCN6194Ok, questa è la stazione, questa è la strada principale…ehm, l’ufficio informazioni? Beh, stavolta non sarà di grande aiuto. Una ragazza con l’espressione di Mercoledì Addams, poco felice di orde di turisti in fila per chiederle indicazioni, ci liquida in mezzo minuto: <<that’s the map, enjoy!>>

Eccome se sto enjoiando…vabbé…

Mappa alla mano, puntiamo per George Square, verso la Cattedrale e poi per la Necropoli su in cima, un bel punto panoramico sulla città (con rispetto per chi vi è sepolto, naturalmente). Tutto sommato, magari anche per colpa di Mercoledì, ‘sta città non ci sta piacendo. E allora esce l’appassionato di football che è in me. Ma come? Siamo a Glasgow e non andiamo a vedere il tempio del calcio? Tanto che vuoi che sia, quattro passi?

DSCN6223Dopo due ore e mezza di cammino (da leggere con la voce afflitta di Fantozzi), passando per strade desolate e incontrando qualche brutta faccia, arriviamo finalmente al cospetto del mitico Celtic Park! Il museo è chiuso, ma una sbirciatina riesco a darla. Per la visita consiglio decisamente di controllare online, oltre ai giorni e agli orari delle visite, se ci sono avvisi extra.

Al ritorno assolutissimamente prendiamo il bus per la stazione. E, tornati a Edimburgo, un bel giro dei pub storici nella zona di Grassmarket, ammirando gli spettacoli degli artisti di strada provenienti da ogni parte del mondo.

E il terzo giorno arrivò! Sveglia presto, c’è la fila da fare per entrare al castello. Imponente e inespugnabile, la rocca è formata da varie costruzioni, oltre a ospitare una base militare delle forze armate, i musei dei Royal Scots e dei Royal Scots Dragoon Guards e il memoriale ai caduti nella Prima Guerra Mondiale.

DSCN6146Gli appartamenti reali e la stanza della Corona offrono un viaggio nella gloriosa storia di questa nazione e, alle 13 in punto, BOOM!!! One o’Clock Gun, colpo di cannone sparato a salve, antica tradizione per i marinai che attraccavano in porto, ora utilizzata per fini turistici.

In generale, il giro del castello prende un bel po’ di tempo e di energie. Una volta usciti, ci immergiamo nei suoni e nei colori del festival fino a tardi, conoscendo diversi artisti di origini italiane, da anni ormai girovaghi per mostrare le loro esibizioni. Birretta e poi a nanna.

<<Che ore sono?… Cooooosa??? Presto, corri, forza, il pullman non aspetta a noi!>>

Di corsa a salire la collina del castello per raggiungere il punto di partenza del tour guidato per le Highlands. E scoprire che…il pullman è in ritardo……

Ok, ok, è bello sapere che può capitare anche agli scozzesi.

DSCN6240La compagnia è la Timberbush Tours Edinburgh. Offre diversi itinerari, ma solo uno era calzato apposta per me. Nord della Scozia, Highlands, qualche bel castello e, infine, Loch Ness.

L’autista/guida è piuttosto taciturno. Solita spiegazione di quel che vedremo, le tappe che faremo, i tempi da rispettare, ecc. Niente storielle, niente aneddoti, niente chiacchierata sulla cultura locale. Capito! Mi godo il panorama.

Accompagnati da una bellissima giornata di Sole, il viaggio, dopo qualche tappa “tattica” in piccole cittadine, arriva finalmente nel cuore delle Highlands. Meraviglia tra le meraviglie! Un luogo incantevole, ruscelli, fiumi e laghi immersi nel verde tra vette altissime. Un paradiso naturale da visitare e nel quale immergersi, magari per qualche giorno. Purtroppo la nostra tabella di marcia prevede tempi non molto lunghi e si riparte alla volta dell’Urquhart Castle e di Loch Ness.

DSCN6266Dopo aver ascoltato il nostro autista sciorinare tutta una serie di spiegazioni, avvertimenti, moniti e raccomandazioni sul cosa fare e cosa NON fare, abbiamo finalmente il via libera per pascolare tra le rovine del castello del XIII secolo.

Per carità, bello è bello. A ridosso del lago, poi. Un bel giro lo faccio volentieri e ne leggo interessato la storia. Ma, c’è qualcosa, qualcosa di non ben definito, che inizia a ronzarmi per la testa. Sarà il Sole, sarà la stanchezza, mah…

Di tempo ne è rimasto e in molti decidiamo, vista la bellissima giornata estiva e il caldo, di andare a bagnare i piedi nel lago. Sai che soddisfazione tornare a casa e in ufficio e dire che hai immerso i piedi a Loch Ness.

Tolgo le scarpe, tolgo i calzini, timidamente metto un piede su un grosso sasso scivoloso, poi un altro. L’acqua non è poi così fredda. Dopo un viaggio di ore seduto in pullman e con ‘sto caldo, è quel che ci voleva. Qualche turista del nostro tour, facendosi coraggio mi segue e, pian piano, anche altri turisti accorrono con i jeans alzati e i piedi nel lago.

14089148_10210390198255747_1571655219185235061_nDopo pochi metri i sassi diventano sempre più scivolosi e taglienti, quindi si sta un po’ tutti non lontano dalla riva, con l’acqua giusto sopra le caviglie.

A breve distanza l’autista ci osserva con sguardo severo. Tra il castello e il porticciolo, inoltre, ci sono vari addetti alla sicurezza e al controllo del flusso di turisti.

Faccio un passo in avanti. Un altro. Mi taglio la pianta del piede, fa niente. Ancora un passo. Le ginocchia son dentro. Mi giro. Guardo verso la riva e più su verso l’autista. Fa caldo, l’acqua è così invitante.

E’ un attimo! Mi tolgo polo e jeans in un secondo. Dalla riva sento l’autista che, avendo capito le mie intenzioni, inizia a sbraitare. Vicino a me sporge un sasso. Mi giro e appoggio i vestiti. Vedo qualche addetto alla sicurezza che, sbracciandosi, mi fa segno di non proseguire.

DSCN6347Mi abbasso lentamente e, carponi, cerco un punto migliore per entrare in acqua. Finalmente, mi lascio andare in quel magnifico specchio d’acqua. E’ Loch Ness, cavolo! Nessy, dove sei???

Tutto questo, ormai, in boxer.

Mi asciugo in un attimo, mi rivesto e si riparte. Quello che andava fatto, è stato fatto! Ed è stata un’emozione indescrivibile.

Il tour prosegue per un breve tratto verso Nord, Inverness e poi si torna a Edimburgo. La vacanza giunge al termine. Si torna a casa. Ma con una bella storia da raccontare.

Game of Thrones Tour – Irlanda del Nord

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Locandina ©2017 Home Box Office, Inc.

Nel breve soggiorno in Irlanda del Nord non poteva mancare un tour guidato di un’intera giornata dedicato ai luoghi dove sono state effettuate numerose riprese della celebre serie tv della HBO Game of Thrones, tratta dai romanzi fantasy di George R. R. MartinCronache del ghiaccio e del fuoco.

Come accennato nel precedente articolo, dopo aver visitato brevemente il cuore della città di Belfast, poche ore dopo essere atterrato, per avere maggiori informazioni cerco l’ufficio del turismo (Visit Belfast Welcome Centre) davanti al City Hall, in Donegall Square North. Le proposte di tour guidati sono numerose e per tutti i gusti. Lo staff è molto cordiale e spiega percorsi, costi e orari nei minimi dettagli.

IMG_0134La scelta, per me, è quasi obbligata. Ci mancherebbe! Tra le varie aziende che propongono tour delle location di Game of Thrones, scelgo la Irish Tour Tickets. Valutando il percorso, gli orari, le varie tappe e soprattutto i costi, è quella più in linea con i miei gusti (e col mio portafogli).

Prenoto per il giorno dopo. Adunata alle 8:45 davanti la sede della compagnia, al numero 10 di Great Victoria Street. Partenza alle 9, con tranquillità. E, dopo una nottata decisamente turbolenta, alzarsi con calma e con un bus ad aspettarti che ti scarrozzerà per mezzo Paese è quel che ci vuole.

IMG_0249Attenzione! Se avete nei futuri progetti viaggi in Irlanda del Nord e i tour di GoT, controllate bene tutte le info, le restrizioni e le date sui siti e i depliant delle varie compagnie. Molti tour, per motivi di sicurezza, sono vietati ai minori di 16 anni e, per le avverse condizioni meteo, durante autunno e inverno effettuano solo pochissime gite.

Tornando all’allegra “scampagnata”, alla guida del nostro plotone multietnico di turisti ci sono due arzilli nordirlandesi over 50 (facciamo anche 60). David, autista dai mille aneddoti e dalle infinite storie sulla mitologia irlandese, e il taciturno ma super-organizzativo Brian. Non si scende o risale dal bus senza che il nostro “sergente di ferro” lo decida. Detta i tempi delle soste e fa la conta a ogni fermata, onde evitare che qualcuno di noi resti tra le lande sperdute della Contea di Antrim.

d<<Four Italians today, mmmhhh…>> – Ho iniziato a sospettare che in passato qualche nostro connazionale abbia fatto spazientire il caro vecchio Brian alla terza volta che, fissandomi, la nostra guida esclamò preoccupato questa frase.

Ma procediamo con ordine. Arrivato tra i primi, salgo e mi piazzo sui sedili avanti. L’età media è piuttosto alta e questo mi stupisce non poco. La sera prima già immaginavo sul pullman orde di N.E.R.D. post-adolescenti con addosso da capo a piedi gadget della serie. E, invece, siamo un bus decisamente composto da persone distinte e di una certa età. L’unico che canticchia ogni tanto la sigla della serie è il sottoscritto. Vabbé, lo so…magari Brian non ha tutti i torti.

carrickfergus castlePrima tappa: Carrickfergus Castle. Beeeello! Castello normanno, tra i più antichi dell’intera isola, costruito intorno al 1200 da Jean de Courcy sul porto dell’omonima cittadina per scopi difensivi e di controllo per l’accesso all’insenatura dove è ubicata Belfast.

Proseguiamo verso il villaggio di Carnlough e poi per le Cushendun Caves, dove Melisandre…beh, lo sapete, no?! Entrambi sono posti incantevoli e ricchi di fascino. Per fortuna non abbiam beccato pioggia, altrimenti sarebbe stato davvero difficile in alcuni tratti camminare.

costa mareBene, quanti di voi hanno sulle scatole Theon Greyjoy? La tappa successiva ci conduce al porto della cittadina di Ballintoy, la location che nella serie televisiva vediamo adattata come il porto di Pyke, nelle Isole di Ferro. Ma la verità è che, più continuiamo a seguire la zona costiera della Causeway Coastal Route, più si resta a bocca aperta davanti allo spettacolo naturale della Whitepark Bay. La costa e il mare sono una meraviglia per gli occhi. Un angolo di paradiso terrestre. Le sfumature di colori del mare sono indescrivibili.

carrick bidgeSi procede per Carrick-a-Rede Rope Bridge, un ponte sospeso di 20 metri in corda che collega la terraferma a un piccolo sperone roccioso, che offre un panorama magnifico fino alle coste della Scozia.

Da lì, la carovana prosegue per Giant’s Causeway, l’affioramento roccioso di origine vulcanica, patrimonio dell’UNESCO, di cui vi ho parlato già. Assolutamente da vedere! E’ bellissimo passare da una colonna basaltica all’altra (facendo attenzione). Se volete, cercate la leggenda della sua “costruzione” ad opera del gigante Finn McCool per attraversare il mare e andare a combattere il gigante rivale scozzese Angus. Ah, David! Grazie per le tue storielle e per le tue canzoni irlandesi! Sì, perché David, tra una tappa e l’altra, tra una spiegazione e un racconto, ci allietava con la sua bella voce. Mentre Brian ci contava e ricontava…

Ora che ci penso, mi sentivo quasi una pecora Suffolk al pascolo.

12+Ma, senza indugiare, ci dirigiamo verso un altro castello, messo un po’ maluccio. La sua posizione a strapiombo sul mare, il suo colore spettrale e la sua architettura, trasmettono davvero l’idea di un cupo castello medievale. Il castello di Dunluce, la cui prima costruzione risale al XIII secolo per volere del secondo Conte dell’Ulster, Richard Óg de Burgh, subì numerose modifiche e ampliamenti, finché parte del presidio non crollò in mare. Da allora fu abbandonato.

Ultima tappe e poi si torna a BelfastThe Dark Hedges, il lungo viale che, nella serie tv, rappresenta la strada che porta ad Approdo del Re.

Ecco, tour finito. Una tappa credo abbiano deciso di saltarla/cambiarla, perché era iniziato il diluvio universale. Ma ormai ero cotto e David poteva continuare a dire quel che voleva, io già ero tra le braccia di Morfeo… sognando di cavalcare Drogon.

Belfast 2017 e la fragile tregua

IMG_0222Della recente vacanza in Irlanda del Nord sarebbe stato bello raccontarvi solo delle meraviglie naturali presenti nella zona nord-orientale dell’Isola di Smeraldo, visitate grazie a un tour guidato che, attraversando la Contea di Antrim, accompagna i turisti nei luoghi e nei castelli dove hanno girato parte delle scene della fortunata serie tv Game of Thrones, fino alla magnifica zona costiera dove sorge il famoso Selciato del Gigante (Giant’s Causeway), patrimonio dell’UNESCO, composto da circa 40000 colonne basaltiche, a forma prismica con base esagonale perlopiù, di origine vulcanica. Uno spettacolo davvero unico e imperdibile. Inoltre, in un punto è possibile osservare contemporaneamente tre Stati: Irlanda del Nord, la costa della parte settentrionale della Contea di Donegal nella Repubblica d’Irlanda e le poco distanti coste della Scozia.

2Ma, da turista con un occhio alla storia e un grosso interesse al recente passato di questa terra, non potevo fare a meno di notare come fosse ossessivamente ostentata in molte strade e città la Union Flag o l’Ulster Banner e, solo in rarissimi casi o in piccoli centri, il tricolore della Repubblica d’Irlanda. La qual cosa non poteva che stuzzicare ulteriormente la mia curiosità.

Ufficialmente con l’Accordo del Venerdì Santo, firmato a Belfast il 10 aprile 1998, si è avviato il processo di pace tra repubblicani e unionisti, dando almeno formalmente un periodo di tranquillità al Paese. A quanto diffuso dai media e da gran parte della storiografia ufficiale, la convivenza tra le due comunità non è più turbolenta. Difficile crederlo dopo più di trent’anni di conflitto, soprusi, negazione dei diritti civili, arresti indiscriminati, processi farsa e veri massacri, come la tristemente celebre Bloody Sunday di Derry il 30 gennaio 1972.

1I Troubles hanno lasciato forti strascichi e profonde ferite, con migliaia di morti in entrambi gli schieramenti, la cui eredità difficilmente potrà essere cancellata da un accordo. Soprattutto considerando che il conflitto anglo-irlandese degli ultimi anni del ‘900 si inserisce nella ben più ampia e violenta esperienza coloniale britannica in Irlanda, che ha le sue origini nel 1169 con l’invasione anglo-normanna di Enrico II.

Ma i tempi cambiano. Almeno così dicono…

Ora, rientrando a Belfast, non trovando francamente interessante il centro cittadino e i suoi monumenti, cerco l’ufficio del turismo e chiedo del cosiddetto Peace Wall e le indicazioni per il quartiere cattolico.

IMG_0342Tutt’ora permangono i muri di lamiere che separano le due zone, soprattutto Falls Road (cattolica-repubblicana) da Shankill Road (protestante-unionista), i cui cancelli vengono aperti alle 6 del mattino per essere richiusi alle 21.

Il viaggio a West Belfast alla ricerca della verità ha inizio e, dopo una passeggiata per rilassarsi in riva al fiume Lagan, comincia l’avventura. Con la mappa in mano chiedo indicazioni sul Peace Wall. Una ragazza protestante mi indica il lato ufficiale del muro e come raggiungere la parte unionista, nonostante le mie ripetute richiesta per Falls Road. Seguo comunque la mappa e, d’improvviso, sembra di entrare in un’altra città. Il verde inizia a essere ovunque, spuntano scritte in gaelico e qualche tricolore repubblicano. Ma quel che più impressiona è la diversa atmosfera che si respira. Case e scuole con le finestre protette da griglie di ferro, muri con filo spinato e un numero imprecisato di telecamere.

3Falls Road è un continuo susseguirsi dei celebri murales che ripercorrono le fasi dell’indipendentismo irlandese o inneggiano all’autodeterminazione dei popoli contro ogni forma di discriminazione e segregazione.

Colpisce la mia attenzione una locandina affissa su un muro. E’ il manifesto della marcia nazionale dell’Anti-Internment League, prevista per domenica 6 agosto, contro la segregazione e la ghettizzazione della comunità cattolica. Per la cronaca, sto seguendo con particolare attenzione gli sviluppi dell’organizzazione di questa marcia, proprio per valutare il grado di effettivo cambiamento e di democrazia. E, tanto per cambiare, stanno avendo non pochi problemi, numerosi divieti e restrizioni.

IMG_0315Passo vicino alla sede del Sinn Féin e, da un negozio vicino, una gentile signora, vedendomi particolarmente incuriosito, mi porge una mappa e mi dà qualche indicazione sul quartiere. Con mia sorpresa la mappa è esclusivamente di West Belfast, ne approfondisce strade, monumenti, luoghi di interesse e cultura, ma soprattutto ne stabilisce la sua peculiare identità.

Anche se ormai un’idea di come siano realmente le cose credevo d’essermela fatta, resta la curiosità di vederlo ‘sto Peace Wall. Seguo un po’ la nuova mappa e mi inoltro in qualche stradina.

IMG_0351Una vecchina cattolica, incontrata fuori al monastero redentorista di Clonard e dall’accento marcatamente irlandese, scambiando qualche parola decide di accompagnarmi per un breve tratto. Ma, dopo un isolato costeggiando il muro, arriviamo al memoriale dei caduti repubblicani, dall’altra parte del Peace Wall “ufficiale”, «because there’s no peace! Do you know Bobby Sands, Italian guy?»

Continuando, quindi, a costeggiare il muro per arrivare dall’altra parte, si passa attraverso uno dei cancelli che chiude il quartiere e, onestamente, mette davvero i brividi. Sembra qualcosa di talmente assurdo e relativo al passato del nostro continente. Ma invece siamo nel 2017, Belfast, Regno Unito, Europa…

4Il Peace Wall? Beh, girato il muro spuntano Union Flag su ogni casa e ogni muro. I murales ufficiali di questo lato sono francamente ipocriti, inneggiano a collaborazione, unione tra i popoli e rifiuto della violenza. Si passa attraverso un altro cancello e poi un altro ancora per tornare nella zona cattolica verso Falls Road.

Ho visto abbastanza, si torna alla base.

Il muro di lamiere e il filo spinato che delimitano/proteggono la zona cattolica, le diverse bandiere al di qua e al di là del muro, trasmettono tutta la tensione che non si è mai sopita tra le due comunità.

libroTutta l’esperienza nel quartiere cattolico mi ha molto segnato.

Chiudo citando le ultime righe di un bellissimo libro, che vi consiglio caldamente.

Riccardo Michelucci – Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese – Odoya, ed. 2017, Bologna

«Non potrà mai esserci una pace basata sulla riconciliazione, né un futuro condiviso, fino a quando Londra non riconoscerà le sue colpe e non chiederà perdono alle vittime innocenti del conflitto.»

Inizia l’avventura

10659190_10204938942457759_8698833931058063262_nDopo qualche tentennamento e posticipando varie volte la creazione del blog, ho deciso finalmente di aprire questo spazio per condividere la mie esperienze, i miei viaggi, le mie dis-avventure.

Storie e aspetti culturali che andranno ad arricchire, spero, anche le vostre vite e che, in qualche modo, possano spingere anche voi a scoprire ogni angolo del nostro pianeta.

Per “deformazione professionale” tenderò qualche volta ad approfondire un punto di vista storico-politico legato a un viaggio, a un particolare luogo, a un determinato evento oppure semplicemente a qualcosa che ha stuzzicato la mia curiosità.

Spesso allegherò all’articolo un libro o una breve e utile bibliografia sugli argomenti trattati o sui luoghi visitati.

Ogni viaggio, così come ogni istante della nostra vita, dovrebbe essere sempre una scoperta e spingere la nostra sete di sapere ben oltre ciò che osserviamo.

Questi, in sintesi, sono i seri buoni propositi. Sinceramente, sarà soprattutto un modo per mostrarvi quanto mi diverto, luoghi, mostre, locali, eventi, concerti, qualche bel piatto tipico e anche dei ricordi del passato che hanno significativamente marcato la mia vita.

A presto!